Un «dizionarietto» dell’ineguaglianza. Alice Ceresa e l’avanguardia

Ha scritto molto ma publicato poco. La scrittrice ticinese Alice Ceresa durante decenni ha cercato un’espressione letteraria femminile all’altezza del suo tempo

Di Annetta Ganzoni

Note e prime stesure tratte dal convoluto «Piccolo dizionario» degli anni 70 nel fondo Alice Ceresa dell’Archivio svizzero di letteratura. Foto: © BN, Simon Schmid.
Note e prime stesure tratte dal convoluto «Piccolo dizionario» degli anni 70 nel fondo di Alice Ceresa dell’Archivio svizzero di letteratura. Foto: © BN, Simon Schmid.

Alla ricerca di un editore per il suo primo libro Alice Ceresa nel 1964 scrisse al collaboratore editoriale Elio Vittorini: «Io non scriverò molti libri, perché quando avrò detto quello che ho da dire, tacerò.» Infine, come segno di un apice della neoavanguardia, nel 1967 La figlia prodiga fu pubblicato come primo libro della nuova collana sperimentale di Einaudi «La ricerca letteraria».

In retrospettiva nel 1994 Ceresa annotava per la rivista Tuttestorie: «Scrivo da sempre, ho pubblicato poco. L'unico argomento che mi interessa nello scrivere è la questione femminile: ma non ho ancora capito se questo sia un bene o un male, poiché investe anche il mio rapporto contrastato con la letteratura.» La ricerca ceresiana di una scrittura femminile innovativa ha lasciato le sue tracce nei lavori incompiuti del fondo d'archivio: ruotando tutta l'opera intorno ad una stessa questione, alcuni dei materiali sono stati adattati per vari scopi, come il racconto Sabina e il fantasma pubblicato nel 1952 in Botteghe oscure - che doveva diventare l'esordio di un romanzo intitolato Il ratto delle Sabine. Di questo complesso inedito si trovano varie riscritture: un pezzo teatrale, una fiaba e una prosa narrativa di stampo tradizionale. Se nel 1976 la Ceresa riteneva il romanzo un genere di scrittura non adatto per le donne, forse esprimeva indirettamente l'insoddisfazione con lo sviluppo delle sue Sabine.

L'unico libro tratto dai materiali d'archivio ceresiani è il Piccolo dizionario dell'inuguaglianza femminile (2007), a cui la scrittrice avrebbe lavorato a partire dai primi anni '70 e di cui aveva pubblicato singole voci, alcune anche in traduzione francese e tedesca. Solamente una contestualizzazione del «dizionarietto» incompiuto nello sviluppo dell'opera omnia dimostra la sua importanza come tappa nel suo lungo e travagliato percorso di ricerca per esprimersi in una scrittura femminile adeguata.

Con il manoscritto de La figlia prodiga sotto mano diversi editori avevano conosciuto le considerevoli capacità scrittorie della Ceresa, ma temevano di pubblicare un testo altrettanto difficile e poco vendibile. La scrittrice prometteva un libro seguente più facile - che sarà «in qualche modo una continuazione, per cui non potrò fare a meno del primo.» La filologa e recensente de La figlia prodiga Maria Corti fu molto incuriosita dallo stile avanguardistico presentato che rimandava a trattati retorici di epoche passate. È a partire da questa argomentazione e dalla sola lettera di Giorgio Manganelli presente nel fondo di Alice Ceresa che il critico Stefano Stoja ha abbozzato un nesso tra i testi dell'autore d'avanguardia e il primo libro della Ceresa: «essi erano due scrittori di potenzialità espressive diverse, ma che limitatamente a questi anni condivisero [...] la loro idea e prassi di scrittura.» Manganelli stava sviluppando una concezione della letteratura che prende corpo anche nella sua recensione de La figlia prodiga. Anche lui vedeva uno scarso interesse nel romanzo e riteneva la lingua letteraria una lingua artificiale.

Nel suo saggio Jung e la letteratura del 1973 scriveva: «Tutti i personaggi della letteratura sono morti da sempre, come è morta da sempre la lingua che lo scrittore adopera [...]. Lo scrittore scrive costantemente ed esclusivamente in una lingua morta [...], una lingua che non è né parlata né parlabile, che può essere una lingua del passato, una lingua che impasta vari passati, o lingua che impasta passati e futuri.»

Alice Ceresa considerava il Piccolo dizionario un testo letterario. Nonostante le sue previe promesse, di nuovo scriveva dunque un testo senza trama e senza personaggi in uno stile ironicamente trattatistico e aveva scelto di esprimersi in una lingua «morta» e non «parlabile». La scrittrice stessa non l'ha concluso. Soltanto con la prosa narrativa Bambine del 1990 Alice Ceresa trovò uno stile narrativo che - nonostante la sua modernità - fu largamente recepito come la sua visione letteraria e critica sulla famiglia.

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