6 dicembre 1992. Un’isola nel cuore dell’Europa – Esther Mamarbachi

Nella più importante votazione della storia svizzera recente, il 50,3 per cento dei votanti dice no allo Spazio economico europeo (SEE). La Svizzera è spaccata – e opta per la via solitaria.

Esther Mamarbachi, giornalista e politologa, sulla votazione sullo SEE

Oltre a noci e pere, nel 1992 San Nicolao porta anche una clamorosa sorpresa: respingendo lo SEE, il Popolo svizzero sceglie di seguire un’alleanza tra la destra nazionale e la sinistra ecologista, che infligge una cocente sconfitta al Consiglio federale e ai partiti tradizionali di centro. Questo voto segna l’inizio di una polarizzazione e personalizzazione della politica svizzera.

Il risultato di strettissima misura riflette le divisioni che attraversano il Paese. Con quasi l’80 per cento, la Svizzera francese approva l’adesione ponendosi in netto contrasto con le altre tre regioni linguistiche. Mentre i vertici economici sono entusiasti della liberalizzazione in atto su scala globale, le esternalizzazioni e le ristrutturazioni aziendali a getto continuo evocano lo spettro della disoccupazione e dell’immigrazione di massa. La Svizzera deve isolarsi o aprirsi? Nel 1992 questo interrogativo spacca il Paese.


Esther Mamarbachi sul no allo SEE

NB: Signora Mamarbachi, dove colloca il voto contrario allo SEE nella storia svizzera?
Esther Mamarbachi: Nella storia svizzera sono tre le date da non dimenticare: il 1291, ossia i primi passi verso la fondazione della Svizzera, il 1848, vale a dire la nascita della Svizzera moderna come Stato federale, e infine il 1992, quando la Svizzera sancisce la sua indipendenza e diversità.

Quali ricordi ha della votazione sullo SEE?
Innanzitutto mi sono rimaste impresse delle immagini. E poi il discorso di Delamuraz: «Una domenica nera». Questa votazione ha segnato l’identità nazionale.

Il no allo SEE è stato sostenuto dall’UDC e da una parte dei Verdi. Queste forze hanno cambiato la politica svizzera?
A essere sincera, avevo dimenticato che i Verdi figuravano tra gli avversari dello SEE. Mi ricordo però bene l’UDC e Christoph Blocher, i protagonisti della campagna per il no. Chiaramente anche i Verdi assumono sovente posizioni conservatrici. Ho seguito il cammino di Christoph Blocher come politologa e in quel periodo l’ho anche intervistato per un libro, realizzato da noi nel Journal de Genève qualche anno dopo la votazione sullo SEE, che riporta i colloqui con alcune eminenti personalità. Le due figure di spicco dell’epoca sono da un lato Jean-Pascal Delamuraz, indubbiamente il motore dell’avvicinamento all’Europa, e dall’altro Christoph Blocher. Nel nostro Paese in quel periodo i personaggi politici contavano ancora meno che in altre nazioni dove il panorama politico era più polarizzato, ma inizia anche la tendenza a una crescente personalizzazione della politica. In questo contesto emergono personalità come Christoph Blocher e Jean-Pascal Delamuraz.

La votazione dello SEE evoca anche il Röstigraben.
Nella votazione sullo SEE, il Röstigraben si manifesta in maniera molto evidente. Prima del 1992 questa espressione, coniata dalla stampa alla fine degli anni Settanta, è meno diffusa. Solo dal 1992 viene utilizzata spesso, anche se talvolta probabilmente a sproposito. Certamente nella votazione in questione emerge una differenza palese tra la Svizzera germanofona e francofona. Se all’epoca ritenevo pertinente il termine Röstigraben, in seguito devo dire che ha perso valenza esplicativa. Oggi non ci consente più di «leggere» i risultati delle votazioni, dato che sono altre contrapposizioni a determinare il quadro politico, e in particolare la dicotomia tra città e campagna.

Dopo il 1992 la prospettiva sulla cooperazione europea è mutata?
Per alcuni uomini politici non è facile confrontarsi con questa votazione, perché oggi sono consapevoli di non aver avuto esattamente ragione all’epoca. Se è vero che sotto il profilo economico ci sono stati diversi anni di stagnazione, il crollo annunciato non si è verificato. Sul piano politico è emersa una certa creatività nel dare vita a nuovi canali di comunicazione con i partner europei. Credo anche che siamo stati una sorta di precursori. Oggi la grande aggregazione europea è in crisi e forse la strategia comunicativa che abbiamo ideato con Bruxelles può servire da modello per altri Stati e regioni. Il bilancio che traggo da questa votazione è quindi piuttosto positivo.

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