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Pubblicato il 3 febbraio 2026

QR Code - I laghi, specchi della Svizzera

Ogni abitante della Svizzera ha il suo lago

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Introduzione – Miti e leggende

I circa 1500 laghi che costellano la Svizzera ne hanno plasmato l’identità e accompagnato lo sviluppo nel corso dei secoli. Sin dal Neolitico le prime popolazioni alpine scelgono di stabilirsi sulle rive dei laghi, costruendo le proprie abitazioni su palafitte. Questi primi insediamenti testimoniano il legame ancestrale che fin dalla preistoria unisce le comunità locali ai paesaggi lacustri.

Oltre a plasmare l’organizzazione del territorio o lo sviluppo economico del Paese, i laghi svolgono un ruolo determinante nella creazione della Svizzera, che si tratti di fatti reali o leggendari: nei nostri grandi miti di fondazione si rivelano sempre preziosi alleati dei primi confederati. È proprio sulle rive del Lago dei Quattro Cantoni, attraversato di nascosto, che Arnold von Melchtal, Walter Fürst e Werner Stauffacher pronunciano il leggendario giuramento del Grütli nel 1291.

Sempre sul lago, Guglielmo Tell viene trascinato di forza su una barca dagli uomini del balivo Gessler, quando arriva una tempesta provvidenziale. Incapaci di dominarne la furia, i rematori sono costretti a liberare l’uomo perché li aiuti a condurre in salvo la barca. Ma appena giunti vicino alla riva, l’eroe balza sulla terraferma e lascia che le onde inghiottano i suoi carcerieri.

Infine, nella battaglia del Morgarten del 1315, le truppe svizzere, approfittando delle alture che costeggiano il lago di Ägeri, tendono un’imboscata agli Asburgo, che vengono colti di sorpresa e costretti a retrocedere verso il lago, dove molti di loro trovano la morte.

Questa dimensione narrativa apre la strada a un immaginario più vasto, in cui i laghi diventano teatro di numerose leggende popolari, abitate da spaventose creature fantastiche, draghi, viverne e altri serpenti acquatici.

Il laghi svizzeri non fanno mai soltanto da sfondo, ma partecipano simbolicamente alla costruzione dell’identità elvetica.

Commercio, strade e fortificazioni: il caso di Henripolis

In un Paese alpino come il nostro, dove spostarsi da un luogo all’altro è stato per molto tempo un’impresa ardua, sia in termini di tempo che di fatica, va da sé che i laghi siano diventati rapidamente vie di comunicazione e di commercio. Numerose città svizzere si sono così sviluppate sulle rive, mentre il commercio continuava a crescere. Nel corso dei secoli, attraverso i laghi sono state trasportate persone, ma anche bestiame, materiale o i frutti della vendemmia e dei raccolti.

Il progetto mai realizzato della città utopica di Henripolis, ideata nel XVII secolo, testimonia l’importanza strategica che il controllo dei laghi rivestiva per le relazioni commerciali e politiche. Nel 1625, quando Henri II d’Orléans-Longueville, conte di Neuchâtel, vide vacillare la propria autorità di fronte alla crescente influenza politica della borghesia neocastellana, approvò il progetto di costruzione di una nuova città commerciale in grado di competere con Neuchâtel e di riaffermare il suo potere comitale sulla regione.

La posizione strategica prevista per Henripolis ne avrebbe fatto un centro nevralgico per il commercio nella regione. Il lago di Neuchâtel era infatti all’imbocco di una via navigabile fino al Mare del Nord e, pur con una piccola interruzione, anche fino al Mediterraneo. Per superare la rivale Neuchâtel, la città fortificata avrebbe avuto una pianta a semicerchio aperta sul lago, sul modello di Amsterdam, allora centro mondiale del commercio. Situata lungo l’imbocco della Thielle, la posizione di Henripolis sarebbe stata ideale per controllare il canale e il lago di Bienne. Ovviamente, la città sarebbe stata dotata di un grande porto moderno, costeggiato da mercati coperti e da un granaio. Per favorire il commercio, non si sarebbero posti limiti al numero di alberghi e si sarebbero potuti costruire canali e imbarcazioni senza alcuna restrizione. Inoltre, in un’Europa dilaniata dai conflitti religiosi, agli abitanti di Henripolis sarebbe stata concessa la libertà di culto.

Tuttavia, il progetto non fu mai realizzato. La borghesia di Neuchâtel, alleandosi con Berna, riuscì a bloccarlo impedendo la vendita dei terreni necessari e affermò così i propri interessi commerciali nella regione. Di questa idea un po’ folle sono rimaste soltanto alcune planimetrie utilizzate per promuovere il progetto, tra cui quella qui presentata, conservata presso la Biblioteca nazionale svizzera.

Piaceri acquatici

A partire dal XIX secolo, con lo sviluppo del turismo e delle attività ricreative per il tempo libero, anche sui laghi si moltiplicano rapidamente le offerte di svago e, di conseguenza, i mezzi di trasporto. Nel 1823 compare sul Lago Lemano il primo battello a vapore svizzero, il Guillaume Tell. Da allora i vaporetti cominciano a diffondersi, diventando un’attrazione turistica molto apprezzata. Tuttavia, non mancano nemmeno le offerte più tradizionali: Elisabeth Grossmann, per esempio, chiamata «la bella battelliera di Brienz», diventa una vera e propria celebrità locale, la cui fama arriva a superare i confini nazionali. Con la sua barca a remi fa scoprire le bellezze del lago di Brienz a numerosi turisti inglesi e francesi, che fanno a gara per ottenere un posto a bordo. La regione diventa così una meta privilegiata del turismo in Svizzera.

Alla navigazione sui laghi viene ad aggiungersi la balneazione, sempre più apprezzata: sebbene fare il bagno in laghi e fiumi non sia una novità, alla fine del XVIII secolo imparare a nuotare non è più un privilegio riservato alle élite ma diventa un fenomeno democratico, sostenuto dai principi igienisti, medici e sportivi che si affermeranno nel secolo successivo. Nelle città cominciano allora a spuntare spazi riservati alla balneazione, spesso costruiti su palafitte, dove dedicarsi ai piaceri dell’acqua al riparo da sguardi indiscreti. Tuttavia, una rigida separazione impedisce agli uomini e alle donne di fare il bagno insieme, fino al 1919, anno in cui a Weggis viene aperto il primo stabilimento balneare misto della Svizzera. Un grande successo, nonostante le polemiche. Oggi, gli stabilimenti balneari un tempo riservati solo agli uomini o alle donne sono generalmente misti, anche se conservano i nomi storici, che tradiscono la loro destinazione originaria.

Da quel momento le spiagge pubbliche e i lidi cominciano a moltiplicarsi, rivaleggiando tra loro e giocando di inventiva per distinguersi. Scivoli, sci nautico, piattaforme e materassi galleggianti: si fa di tutto per attirare un pubblico sempre più entusiasta. A Fürigen, sul Lago dei Quattro Cantoni, le idee ingegnose di Paul Odermatt, proprietario del Kurhaus, illustrano perfettamente questa creatività: nel 1920 predispone l’allestimento di una spiaggia nella baia sottostante il suo stabilimento, introducendovi poco dopo dei pedalò, mentre nel 1937 fa installare un improbabile impianto di risalita lacustre per permettere ai suoi clienti di arrivare direttamente in costume dal lago fino a una spiaggia situata più in alto sulla scogliera, stando in piedi su un pedana mobile. Ben presto questa sorta di lift diventa un’attrazione regionale, che riesce ad attirare anche persone semplicemente curiose.

La salute dei laghi

Mentre l’entusiasmo per la balneazione cresce sempre di più, emerge anche un’altra realtà: lo sviluppo industriale del XX secolo incide pesantemente sulla qualità dell’acqua dei laghi, sempre più inquinati dagli scarichi di acque reflue e prodotti chimici. La situazione si aggrava a tal punto che a partire dagli anni Cinquanta nessuno ha più voglia di fare il bagno nella maggior parte dei grandi laghi svizzeri. In molte località è addirittura vietato, per cui aumentano le piscine costruite direttamente in riva ai laghi, considerate un’alternativa più sicura e igienica. Anche se i primi segnali di allarme risalgono già all’inizio del secolo, è in questi anni che il degrado sempre più visibile spinge progressivamente le comunità e le autorità pubbliche a prendere coscienza dell’urgenza ambientale.

Il 28 aprile 1961 il Museo Svizzero dei Trasporti di Lucerna organizza una conferenza dal titolo «La protezione delle acque: compito della nostra generazione». Per l’occasione, Hans Erni realizza un manifesto di grande impatto, che mira a sensibilizzare la popolazione sul tema dell’inquinamento.

Nel 1971 la depurazione delle acque reflue diventa obbligatoria in Svizzera. Gli investimenti necessari sono considerevoli, ma lo sono anche i risultati: in pochi decenni, la qualità delle acque migliora in modo talmente significativo che la limpidezza e la trasparenza dei laghi diventano un vero e proprio simbolo della Svizzera, fonte di orgoglio nazionale.

La pressione sugli ambienti lacustri è comunque alta anche oggi e un monitoraggio costante resta fondamentale: il cambiamento climatico, la comparsa di nuove sostanze chimiche, la crescita demografica e le nuove specie invasive rappresentano sfide quotidiane per la salute dei laghi, che è una responsabilità collettiva.

I laghi artificiali

Nonostante i numerosi laghi naturali presenti in Svizzera, grazie alla sua particolare topografia, il Paese è diventato campione anche nella creazione di laghi artificiali. Con i suoi numerosi corsi d’acqua e le sue regioni montuose, ha potuto attuare una politica energetica basata sull’energia idroelettrica, costruendo nelle Alpi delle opere monumentali: le dighe.

Questi artefatti sono nel contempo fonti di energia e motivo di orgoglio per la Svizzera del XX secolo, particolarmente tra il 1950 e il 1970, periodo in cui i progetti si moltiplicano e nel Paese vengono erette dighe sempre più alte, con cantieri monumentali e prodezze ingegneristiche rese possibili grazie al duro lavoro di numerosi operai, spesso in condizioni meteorologiche estreme. Un esempio è il cantiere della diga della Grande Dixence, che nel picco della sua attività impiega oltre 1600 persone che sfidano il freddo e la neve a 2400 metri di altitudine. Le condizioni di vita e di lavoro nei cantieri sollevano molti interrogativi e la dura quotidianità delle lavoratrici e dei lavoratori, sia svizzeri che immigrati, è al centro di una ricca produzione artistica che testimonia il fascino esercitato da queste opere dell’igegno umano. Basti pensare ai racconti dello scrittore vallesano Maurice Chappaz e alle incisioni dell’artista bernese Emil Zbinden.

Queste titaniche costruzioni in cemento entrano nella storia nazionale e la Svizzera dell’epoca guarda con orgoglio a un’umanità conquistatrice della natura, che ridisegna il paesaggio alpino affermando il proprio dominio sull’ambiente. Le opere finite diventano il simbolo di un Paese moderno e ambizioso, in cui le competenze ingegneristiche rappresentano il fondamento della riuscita economica e della sovranità energetica. Diversi villaggi alpini vengono inghiottiti da questa corsa alla modernità: è il caso per esempio di Marmorera (GR), la cui popolazione accetta alle urne di far sommergere le proprie case, nella speranza di scampare alla miseria.

Cartoline postali

Inventata a Vienna nel 1869, la cartolina postale riscuote un successo immediato e in pochi anni si diffonde in tutta Europa. Ben presto va al di là della sua funzione iniziale e da semplice forma di corrispodenza diventa un vero e proprio oggetto promozionale, che mette in risalto i pregi di un albergo, di una stazione termale o di una regione turistica. Le città termali e i paesaggi lacustri sono tra i soggetti più apprezzati. Inviate in gran numero, le cartoline postali contribuiscono così a pubblicizzare i panorami elvetici, plasmando l’immagine di una Svizzera idilliaca.

Il materiale iconografico costituito dalle cartoline del periodo 1880–1940 è particolarmente importante per la storia e la storia dell’arte. La Biblioteca nazionale svizzera ne conserva una notevole collezione, cresciuta nel corso del tempo. Prima di raggiungere i fondi bibliotecari, molte di queste missive sono state inviate da privati, e oggi ci danno la possibilità di sbirciare negli scambi epistolari del secolo scorso.

Fonti d’ispirazione

Nei paesaggi svizzeri la presenza dei laghi riveste un’importanza fondamentale: fanno da specchio alle cime innevate e con le loro acque tranquille riflettono l’immagine bucolica che il nostro Paese ama offrire di se stesso. Il laghi non fanno soltanto da sfondo, ma sono veri e propri compagni, punti di riferimento e fonti d’ispirazione per chi cresce nelle loro vicinanze.

Gli artisti e le artiste, che si tratti di scrivere, dipingere o fotografare, spesso coltivano con questi paesaggi una relazione intima, a volte addirittura ossessiva: ne colgono le sfumature, i colori cangianti nel corso della giornata, i riflessi mutevoli della luce, che quando colpisce l’acqua si trasformano senza sosta. Raccontano della pace interiore che procurano questi vasti specchi d’acqua, delle memorie che conservano, delle vele che scivolano all’orizzonte.

Le ricche collezioni della Biblioteca nazionale svizzera permettono di immergersi in questo dialogo tra arte e paesaggio, offrendo una panoramica di come, nel corso del tempo, i laghi hanno nutrito le sensibilità di ogni tipo, plasmato gli sguardi e ispirato la creazione di un vasto corpus di opere.

Manifesti

A partire dalla fine del XIX secolo, il turismo diventa un settore economico fondamentale per la Svizzera. Località di villeggiatura e imprese di trasporto entrano in concorrenza tra loro e rapidamente si impone l’uso dei manifesti come strumento di promozione in grado di captare l’attenzione di chi viaggia.

Questa massiccia diffusione di immagini contribuisce a plasmare nel profondo la percezione del Paese, sia agli occhi di chi lo visita che di chi vi abita. Poco alla volta si impone così una rappresentazione fortemente evocativa: quella di una Svizzera costellata di laghi, dove i bagni e i paesaggi lacustri hanno un ruolo centrale nell’immaginario collettivo. Pur essendo anzitutto un Paese di montagne, la Svizzera è quindi anche, e forse in egual misura, un Paese di laghi.

Questa particolare conformazione del territorio rispecchierebbe anche il carattere della popolazione svizzera: nel 1939, mentre l’Europa è sull’orlo di una terribile guerra, Emil Cardinaux, noto artista dei manifesti turistici svizzeri, sceglie di illustrare una Svizzera «peaceful» bagnata da un lago Lemano perfettamente calmo, facendo eco alla tradizione pacifica del Paese e al contesto tranquillo che offre.

Le rappresentazioni di questo tipo riscuotono un successo immediato, tanto che il turismo continua a crescere per tutto il XX secolo. Oggi, nell’era dei social e dei contenuti virali, queste immagini tornano alla ribalta, suscitando però anche una serie di problematiche: alcuni siti lacustri emblematici si ritrovano sommersi dal turismo, al punto da mettere in pericolo gli ambienti naturali e la stessa tranquillità che ne costituiva la principale attrattiva. Ne è un esempio lampante il lago di Oeschinen, diventato una vera e propria star su Internet: il suo scenario spettacolare promette milioni di visualizzazioni agli influencer che vi si avventurano, concentrando improvvisamente il flusso turistico in un unico luogo e mettendo sotto pressione un ecosistema delicato.

A volte basta una breve apparizione in una serie televisiva per sconvolgere la vita quotidiana di un villaggio lacustre. Da quando il pontile sul lago di Brienz è comparso nella serie romantica sudcoreana Crash Landing on You (2019), folle di turisti arrivano a Iseltwald per scattarsi una foto sulla stretta passerella. Pur essendo sicuramente positivo che i paesaggi svizzeri godano di fama internazionale, questo overtourism «mordi e fuggi» esercita una pressione considerevole sia sulle infrastrutture che sull’ambiente. Alla fine, il Comune di Iseltwald ha deciso di installare un tornello, per cui ora chi vuole accedere al piccolo molo deve pagare cinque franchi.

Maurice Chappaz, «Chant de la Grande Dixence»

«La Dixence mi sembra nel contempo magica e dolorosa: non è un po’ come il mondo moderno?»

Nel 1956, nella speranza di raggiungere una certa stabilità esistenziale ed economica, Maurice Chappaz, scrittore e padre di famiglia, decide di lavorare come assistente geometra sul cantiere della diga della Grande Dixence: «Un medico mi aveva proposto il divano. Io scelsi la Dixence». Da quell’esperienza di lavoro manuale e concreto, il poeta trae spunto per due libri: Le Valais au gosier de grive (1960) e Chant de la Grande Dixence (1965). In quest’ultimo testo, piuttosto ambiguo («Grande Dixence, sposa del vecchio paese, non voglio ammirarti troppo facilmente e non voglio criticarti»), Maurice Chappaz mette in evidenza l’entusiasmo per aver contribuito alla rinascita di una valle, ma sottolinea anche gli effetti disastrosi dei lavori di scavo in questo immenso cantiere (alcool, silicosi, infortuni): «Sotto le Alpi c’è una nervatura, come una treccia nera formata dal Rodano e dai suoi affluenti, che si estende per cento chilometri. Poi, tutto confluisce nel lago di Dix».

  • Manoscritto definitivo dello Chant de la Grande Dixence
  • Diario scritto su un piccolo taccuino durante il cantiere della diga della Grande Dixence
  • Lettera della Grande Dixence S.A. (Ufficio lavori pubblici di Sion) che conferma l’assunzione di Maurice Chappaz sul cantiere della diga (17.03.1956)
  • Edizione originale dello Chant de la Grande Dixence, coll. Petite collection poétique d’écrivains romands, Lausanne, Payot, 1965

Hugo Loetscher, «Saison»

Lo scrittore Hugo Loetscher (1929–2009) aveva già inanellato vari successi (come il Gran Premio Schiller nel 1992) quando nel 1995 ha pubblicato Saison. Questo romanzo, classificabile come «leggero», racconta la storia di Philipp, ventenne squattrinato, senza lavoro e senza casa, che dopo vari tentativi falliti di fare carriera – tra cui quello di diventare famoso come modello di costumi da bagno – lavora per una stagione come bagnino. Combattuto tra l’insicurezza e la sensazione di essere destinato a grandi cose, Philipp diventa il regista di una commedia mondana ambientata in un lido zurighese: i clienti e il personale incappano in situazioni sempre più assurde e le assi di legno dello stabilimento diventano il palcoscenico delle pittoresche vicende della comunità locale. Per questa opera dall’apparenza frivola, molto criticata nelle recensioni letterarie ma a lungo in vetta alle classifiche dei bestseller, Hugo Loetscher ha svolto numerose ricerche, come si evince dal suo archivio: ha approfondito le biografie di bagnini realmente esistiti, studiato i regolamenti balneari e gli esami di nuoto e addirittura ricercato sui costumi di moda a quell’epoca.

«Di tanto in tanto andavo a trovare un bagnino di mia conoscenza, anche per dare uno sguardo all’interno dello stabilimento balneare e vederlo da una prospettiva diversa rispetto a quella di un semplice bagnante. Così ho scoperto che una piscina offre uno scenario assolutamente democratico, in cui sono rappresentati tutti gli strati sociali: persone ricche e povere, giovani e vecchie. Ne sono rimasto affascinato. È come un parco divertimenti o un palcoscenico, in cui si esibiscono tutti. E ognuno a proprio modo. Nel momento stesso in cui indossano il costume da bagno, si ritrovano catapultati in un altro mondo». (Intervista pubblicata nei quotidiani Badener Tagblatt e Bremgartner Tagblatt)

Isabelle Kaiser, «Der wandernde See»

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Robert Walser, «Seeland»

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Eugène Rambert, «Le Vieux Léman»

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